domenica 2 settembre 2007

The Smashing Pumpkins: Zeitgeist




















Finito di registrare nel febbraio 2007, uscito il 6 luglio 2007
Prodotto da Billy Corgan, Jimmy Chamberlin, Terry Date e Roy Thomas Baker

Tracklist

  1. "Doomsday Clock" – 3:44
  2. "7 Shades of Black" – 3:17
  3. "Bleeding the Orchid" – 4:03
  4. "That's the Way (My Love Is)" – 3:48
  5. "Tarantula" – 3:51
  6. "Starz" – 3:43
  7. "United States" – 9:53
  8. "Neverlost" – 4:20
  9. "Bring the Light" – 3:40
  10. "(Come On) Let's Go!" – 3:19
  11. "For God and Country" – 4:24
  12. "Pomp and Circumstances" – 4:21
All songs by Billy Corgan (ma va'?)

È peggio di quel che pensavo. Spinto dalla discreta copertina (ad esempio, fa pendant col resto del sito, è già qualcosa) e da un singolo tutto sommato non disprezzabile ('Tarantula', in pratica una tarantella propulsa da scosse elettriche e dai bei overdub di chitarra) mi sono approciato a questo ritorno degli Smashing Pumpkins con un animo quasi speranzoso, non aspettandomi certo un capolavoro ma comunque confidando nel solido mestiere di una band (ridotta in questo caso al solo deus ex machina Corgan e al fido batterista Jimmy Chamberlin) che vanta un'esperienza ormai ventennale. Proprio per questo la mazzata è stata più pesante del previsto. 'Zeitgeist' è un album del quale si fa fatica ad arrivare alla fine, degna prosecuzione (verso il basso) del fiacco lavoro solista di Corgan e di quell'obbrobrio di "supergruppo" che rispondeva al nome Zwan (d'altra parte con un nome del genere te la chiami addosso, la mediocrità).
Speravo che tornando al monicker di tante glorie passate ('Siamese Dream', 'Mellon Collie And The Infinite Sadness', a detta di chi vi scrive alcuni dei più fulgidi e originali esempi di mainstream rock degli anni '90) ci si potesse quantomeno attestare al livello da "fondi di magazzino" dei due 'Machina', usciti ormai sette anni fa. E invece neanche quello. Tralasciando la buona prova di Chamberlin dietro le pelli (d'altra parte se un batterista è bravo tende comunque a rimanerlo fino a sopraggiunti limiti fisici o d'età), è l'altra metà della sodale a fare acqua da tutte le parti. Ma per esaminare meglio i problemi che affliggono il pelato di Chicago è meglio partire dall'unico pezzo vagamente decente, il già citato 'Tarantula'. Qui almeno c'è un'idea di riff, una ritmica che ti tiene un attimo attento, e soprattutto un uso delle chitarre che ricorda un po' i vecchi tempi.
Non si viene però risparmiati dal più grave difetto che zavorra l'intero disco, ovvero la prova vocale di Corgan. Il vecchio Billy ha perso del tutto il nerbo: evidentemente pensa di aver composto un altro 'Siamese Dream' (fondate dicerie vogliono che anche quello fu un album registrato dai soli Corgan e Chamberlin) e quindi attesta tutto il suo cantare su toni lievi, gioiosi, molto lontani dalla rabbia psicotica e depressa (che per essere onesti più si confà al suo timbro) di diversi degli episodi del doppio 'Mellon Collie' del '95 (dodici anni fa, per la cronaca).
Ora, io sono contento che Corgan abbia probabilmente trovato un suo equilibrio, una sua realizzazione a livello intimo e personale, ma la cosa è un male per le sue canzoni, le quali vengono mortificate (per quanto vedremo poi ci sia ben poco da mortificare) da delle linee vocali di una piattezza disarmante. In pratica ogni brano si riconosce più o meno dall'attacco strumentale e dal primo verse. Poi, con il chorus ogni volta ci becchiamo una di 'ste aperture melodiche del cazzo tutte uguali che mandano tutto a puttane. in 'Siamese Dream' era la forte identità e connotazione armonica/melodica/ritmica delle singole canzoni ad influenzare, piegare a sé le dinamiche vocali di Corgan. Qui invece sembra essere il contrario. Probabilmente la non memorabilità delle singole composizioni in questo aiuta.
Si parte con 'Doomsday Clock', riff piuttosto banale ma non privo di energia, ovviamente fino al ritornello. Lyrics dal vago sentore ambientalista (assieme al patriottismo, l'ultimo rifugio per le canaglie). Un po' meglio la successiva '7 Shades Of Black', quanto meno un po' più ricercata. Per il resto, eccetto 'Tarantula' è notte fonda. La lunga 'United States' è una monotona noiosità che sembra fatta apposta per raggiungere un minutaggio sufficiente. Il resto delle canzoni premono invece ancora più il pedale sul lato dolce (cioé melenso e stucchevole) di Corgan. Non un urlo in tutto l'album. E questo è male. Per arrivare a ritrovare un riff decente bisogna aspettare fino alla terzultima '(Come On) Let's Go!' dove le chitarre riprendono un po' di vitalità e la tara del ritornello non pesa troppo (essendo questo composto solo dalle quattro parole del titolo). Da legnate in testa col crick la fighetteria pseudo-orchestrale finale di 'Pomp And Circumstances', punto più basso e fortunatamente conclusivo dell'album.
Questo è lo 'Zeitgeist', dunque, lo spirito del tempo, del momento. Bel momento di merda, ci terrei a precisare.

* and a half out of *****

lyrics di quest'album