martedì 21 agosto 2007

Neil Young With Crazy Horse: Everybody Knows This Is Nowhere

















Finito di registrare nel marzo 1969, uscito il 14 maggio 1969.
Prodotto da David Briggs e Neil Young.

Tracklist

  1. "Cinnamon Girl" – 3:00 (Young)
  2. "Everybody Knows This Is Nowhere" – 2:28 (Young)
  3. "Round & Round (It Won't Be Long)" – 5:53 (Young)
  4. "Down by the River" – 9:16 (Young)
  5. "The Losing End (When You're On)" – 4:07 (Young)
  6. "Running Dry (Requiem for the Rockets)" – 5:36 (Young)
  7. "Cowgirl in the Sand" – 10:06 (Young)

Onestamente non riesco a capire perché questo 'Everybody Knows This Is Nowhere' - secondo album di Neil Young successivo all'omonimo debut del 1968 e all' esperienza biennale assieme a Stephen Stills nei Buffalo Springfield - goda di così poca considerazione da parte della critica e degli addetti ai lavori. Certo, sono disposto ad ammettere che questo non sia il migliore exploit in assoluto del cantautore canadese: capisco, anche se in cuor mio non condivido chi gli reputa il successivo 'After The Gold Rush' superiore. Ed è innegabile, anche per un accanito sostenitore dello Young rocker su quello folk come il sottoscritto, che 'Harvest' rappresenti la miglior quarantina di minuti mai licenziata dal "Loner". (Breve digressione, diffidate dalla gente alla quale non piace 'Harvest', lo fa sicuramente in malafede e in maniera sediziosa per perseguire propri oscuri e forse terroristici scopi personali).
Però, scendendo in un ideale best, 'Everybody Knows This is Nowhere' dovrebbe seguire subito a ruota. E invece nella maggior parte dei casi non è così e, anzi, gli viene spesso preferito in toto il trittico di metà anni '70 composto da 'On The Beach' (1974), 'Tonight Is The Night' (1975) e 'Zuma' (1976). Tutti album ispirati e molto validi, chiariamolo fin da subito, ma non migliori, né per la qualità delle singole canzoni né per le innovazioni apportate, del disco del quale ora vengo a parlarvi.
'Everybody Knows This Is Nowhere' è un capitolo molto importante nella carriera di Young, il primo nel quale questi riesce a dimostrare appieno di essere qualcosa di più di quello che la gente s'aspettava, ovvero il solito folksinger emulo di Dylan. Anche se, paradossalmente, il successo arriverà proprio con il suo album più bucolico in assoluto, appunto 'Harvest'.
Da lì in poi Young alternerà album quieti e prevalentemente acustici ad altri elettrici e rockeggianti, in una specie di meccanismo di azione/reazione nei confronti del lavoro precedente. Non a caso l'approcio di Young alla composizione dei suoi album verrà da alcuni definito "schizofrenico". Ma 'Everybody Knows This Is Nowhere' è antecedente ad 'Harvest' e al suo enorme successo, e quindi è ancora "vergine" sotto questo punto di vista. È infatti questo il suo lavoro più eterogeneo, capace più degli altri di esplorare tutte le sfumature e gli umori dello Young classico. In questo album infatti c'è:
-Il pezzone rock d'apertura. 'Cinnamon Girl' e il suo riff di chitarra scolpito nei timpani di chiunque l'abbia ascoltata per almeno una volta nella vita. Nonostante la sua brevità e la sua parsimonia in fatto di assoli e "sboronate" varie lascia da subito presagire l'eccezionale livello di affiatamento raggiunto da Young e la sua backing band, i Crazy Horse (tanto che l'album uscirà appunto a nome Neil Young with Crazy Horse, così come altre dodici collaborazioni che arrivano fino ai giorni nostri). Emergono soprattutto le interazioni chitarristiche tra lo stesso Young e Danny Whitten, ma questo lo vedremo meglio in seguito.
Lyrics che parlano di amore, come anche nei sei episodi che seguono con toni più o (molto) meno lieti, con più o meno poesia. Una sola cosa di questa canzone mi dà cruccio, il finale: proprio quando sembra che Young e Whitten stiano per dare di matto con una sferzata chitarristica destinata a divenire una cavalcata elettrica che avrebbe avuto pochi uguali al mondo (nella mia fervida e bacata immaginazione se non altro), i maledetti decidono di chiuderla lì, di non dare sfogo alle proprie pulsioni insane, di piegarsi allo scoccare del terzo minuto. Un po' per questo li odio. Ma andiamo avanti.
-Il country ad alto indice di orecchiabilità e dal grande -ancora una volta- impatto chitarristico, la title track. In assoluto il pezzo più radiofonico della raccolta, e il più breve (meno di due minuti e mezzo). La tipica canzone che è inutile descriverla, va ascoltata e basta.
-La ballata solenne, pastorale e dalla linea melodica dimessa e triste, 'Round & Round (It Won't Be Long)'. Uno come Peter Buck deve aver preso non pochi appunti ascoltandola. L'anello debole della catena, se si può definire tale.
-Un' altra base country, appena più movimentata della media e un altro ritornello memorabile ('Down by The River'). Sarebbe forse questo il pezzo minore dell'album se non fosse che al secondo minuto circa Whitten e Young ripartono per la tangente e questa volta per fortuna non li ferma nessuno. Cinque minuti buoni di assoli, di scambi tra le due chitarre che gettano le basi per il rock americano - e non solo - dei decenni a venire. Non esiste più solista e accompagnamento ritmico, i due si passano la palla e si coprono le spalle di continuo, prima uno e poi l'altro ciascuno con il suo stile, più metronomico e tagliente Whitten, più pastoso e "fracassone" Young. L'ABC dell'alternative rock per chitarra, se solo alternative rock volesse dire davvero qualcosa. Del proto-grunge, una volta privato della componente punk. D'altra parte nella copertina Young porta una camicia di flanella, quindi ci può stare.
-'Losing End (when You're On)'. Altro country con venature elettriche, nulla di straordinario ma si ascolta sempre volentieri.
-'Running Dry (Requiem for the Rockets)'. Altra ballata, solo che qui Young e soci il segno lo colpiscono eccome: su un paesaggio non più austero e solenne ma spoglio e desolato riescono a tessere con strumenti e parole trame di abbandono, perdita e di (impossibile) redenzione. L'uso del violino non fa che rendere lo struggimento indotto nell'ascoltatore ancora più profondo. Il pezzo con più pathos in assoluto (e non solo nella breve storia di questo disco).
-'Cowgirl In The Sand'. Non ancora paghi dei risultati ottenuti, Neil e il fido Danny decidono di portare ancora più in là il discorso interrotto in 'Down By The River' e finiscono, ovviamente, con lo sforare i dieci minuti. Vale tutto quello che ho detto prima a proposito, però elevato alla seconda. Con questa lunga e dissennata deriva chitarristica i nostri ci salutano (il poro Whitten definitivamente, visto che di lì a qualche anno morirà di overdose: a lui saranno dedicate 'The Needle And The Damage Done' da 'Harvest' e parte dell'album 'Tonight Is The Night').
Dovrebbero essere in molti a ricambiare il saluto e ringraziare.

**** and a half out of *****