
Registrato nel settembre 1967, uscito nel gennaio 1968
Prodotto da Tom Wilson
Tracklist:
1) "White Light/White Heat" (Reed) – 2:47
2) "The Gift" (Reed, Morrison, Cale, Tucker) – 8:19
3) "Lady Godiva's Operation" (Reed) – 4:56
4) "Here She Comes Now " (Reed, Morrison, Cale, Tucker) – 2:04
5) "I Heard Her Call My Name" (Reed) – 4:38
6) "Sister Ray" (Reed, Morrison, Cale, Tucker) – 17:27
Disfacimento. E' questa la parola chiave del secondo e - ahinoi ultimo - capolavoro dei Velvet. La band sta andando a pezzi, e per molteplici cause: il mezzo fallimento commerciale dell' album di debutto, la separazione (a detta di tutti amichevole ma valle a capire davvero certe cose) dal padrino Warhol e la musa Nico; e, soprattutto, le divergenze creative tra le due menti della band, Reed e Cale, sempre loro, con il primo che vuole riacciuffare il successo ingiustamente mancato al primo tentativo e spinge sempre più verso il mainstream mentre il secondo sempre più perso nei suoi viaggi (e abbandonata per l'occasione la viola in favore delle tastiere) è alla perenne ricerca di nuovi modi per sperimentare. Il risultato è meno omogeneo dell' album di debutto, ma ugualmente affascinante e in certi frangenti forse addirittura più suggestivo. Un' ultima nota: sebbene sia stato registrato in due giorni come il precedente e con lo stesso produttore (Tom Wilson), 'White Light/White Heat' suona molto peggio del suo predecessore. Anzi, per essere onesti suona che è una vera merda. Ma è anche questo uno dei suoi punti di forza. Con Wilson evidentemente disinteressato ad un progetto che sembrava non avere futuro (ed evidentemente preso da altre "distrazioni" durante le sessions) i quattro sono lasciati a loro stessi, e ai loro dissidi interni. Per mettere fine alle questioni tipo 'il mio strumento si sente più del tuo' decidono molto democraticamente di mettere tutti gli ampli a palla e di suonare come degli ossessi. Non esattamente quello che il tuo ingegnere del suono di fiducia ti consiglierebbe di fare, ma quello che a volte ci vuole per fare un grande album di fottuto rock. E 'White Light/White Heat' rientra appieno nella categoria.
Si parte con la title-track, un altro boogie pianistico sulla scia di 'Waiting For The Man', della quale potrebbe essere l' ideale prosecuzione. Se infatti 'Waiting For The Man' parlava di acquisti da uno spacciatore, 'White Light/White Heat' ci descrive le qualità della merce appena acquistata. 'The Gift' è un altro degli esperimenti della band sul doppio canale audio. Su quello destro Reed, Morrison e Tucker ci danno dentro con un tappeto di distorsioni che ben poco ha a che vedere con il concetto di canzone; sul sinistro Cale legge un racconto di Reed, un racconto surreale su un amore impossibile e i disagi dell' autospedizione mezzo posta. (Fantasticamente bastardo il coretto sconsolato/presa per il culo che i nostri fanno ad un certo punto della narrazione, proprio nel momento di maggior scoramento per Waldo Jeffers, il protagonista del racconto.)
'Lady Godiva's Operation' può vantare un arrangiamento che oggi definiremmo lo-fi (come tutto il resto del disco a dire il vero), il solito travestito come protagonista ma soprattutto una grande melodia portante, vagamente orientaleggiante, una di quelle che una volta che ti sono entrate in testa non escono più e basta. Lo stesso discorso può essere fatto per l' etereo arpeggio di 'Here She Comes Now'. E' abbastanza sorprendente notare quante grandi canzoni Reed abbia scritto riciclando in pratica sempre gli stessi 2/3 accordi: 'Here She Comes Now' con il suo accordo di Re che tante fortune aveva riscosso già nel primo album ne è l'esempio più lampante. Molti anni dopo i Nirvana faranno una cover di questa canzone, lunga più del doppio e terminante nel solito crescendo di distorsioni e urla tipiche della band di Cobain. Forse è l'unica pisciata fuori dal vaso che la band di Aberdeen abbia mai fatto in materia di cover, giacchè il pezzo è molto meglio così, nella versione originale da due minuti, un frammento di stupenda melodia captato furtivamente da chissà dove, e chissà dove subito destinare a sparire. Il ritmo riprende a salire con 'I Heard Call My Name'. I Velvet scaldano i nuovi ampli e i nuovi effetti gentilmente offerti dalla Vox in vista del gran finale. Ne esce fuori un altro boogie scatenato, stavolta però non propulso dal piano ma da una serie di scriteriate sciabolate di chitarra imbevute di feedback. In pratica gli Stooges, solo in anticipo di un paio d'anni. Ma ora ecco la fine, 'Sister Ray', uno dei pezzi più energici, devastanti e anti-melodici della storia del rock. Non è una canzone, è una battaglia tra i quattro musicisti, uno contro l'altro, tutti contro tutti. Il testo ha tutto quello che ci si può aspettare dai Velvet: travestiti, droghe, marinai, sesso orale e un omicidio. Ma è la musica la cosa più importante in questo caso: 'Sister Ray' è letteralmente il suono della band che sta andando - deliberatamente e forse volutamente - a pezzi. 17 minuti e passa di improvvisazione selvaggia. Solo il riff principale era stato stabilito in precedenza, e assieme a quello la regola che la prima take sarebbe stata l'unica, quella che sarebbe andata sul disco, indipendentemente da sbavature e cappelle varie. Cale, probabilmente conscio del fatto che questo è il suo passo d'addio dà il suo meglio e con la sua tastiera ricama assoli improvvisati a profusione e annichilisce i due chitarristi per quasi tutto il tempo. Alla grande pure la Tucker che tiene il ritmo energica e potente per tutto il tempo e verso il quindicesimo minuto invece di mollare un po' come uno si aspetterebbe addirittura accelera e chiude alla grande. Con questo monumentale pezzo si chiude il disco e il periodo migliore della band. Infatti poco dopo Cale lascerà (o verrà estromesso da Reed) e nulla sarà più lo stesso. Rimane comunque questo disco, forse non accessibile come l'esordio, più crudo e meno variegato ma comunque una pietra miliare per chiunque desideri avere una conoscenza anche non approfondita del rock.
***** out of *****
Lyrics di quest'album
sabato 3 marzo 2007
The Velvet Underground: White Light/White Heat
Pubblicato da
Richie Dagger
a
21.50



